In un tempo e in un luogo imprecisato, accadde che militanti sparsi dell’analogico si incontrarono un giorno in un’officina chiamata Bracciarubate, e lì passarono l’inverno a montare e smontare vecchi pezzi di legno, a mescolare (e non bere) varie pozioni magiche, col Fotoricettario di Ghedina ed altra letteratura obsoleta alla mano.
Da lì a breve è seguita l’autocostituzione spontanea del Fronte di Resistenza Analogica, entità senza sede, senza iscritti – ma con simbolo – a indicare i sparuti focolai spontanei di resistenza autarchica al mercato e alla cultura fotografica dei megastore, e alla ricomprensione della lentezza fotografica.
Chiunque abbia pensato un attimo su come scattare una foto, e non l’abbia fatto d’impulso; chiunque non tiri fuori la sua vecchia Zenit solo per costume, tra uno scatto a raffica e l’altro della  reflex digitale; chiunque si senta aperto allo sbagliare, al riprovare e  sbagliare meglio; e chiunque accetti serenamente che le foto si perdono, che il mondo non è fotografabile nella sua interezza, e che esistono categorie ineffabili della figurazione che non rispondono alle categorie della quantità e della perfezione, può ritenersi parte del F.R.A. .

Il F.R.A. di Perugia attualmente opera nella sede di via Cartolari e durante l’inverno ha fatto ricerche varie sulla riesumazione e la riattualizzazione delle antiche tecniche fotografiche, e inoltre ha girato un pò il centro italia con la performance di ritrattistica semi-istantanea a estetica vintage degli “Arsumigli” (in perugino: “un’immagine che ti assomiglia”, spesso usato per intendere la foto della carta di indentità).
Quì sotto alcune foto delle delle immagini ottenute – inversioni a contatto di scatti con banco ottico su carta fotografica – e di qualche esibizione live.

La documentazione (quasi) completa delle foto la trovate invece quì

 

Si apre sabato 12 aprile presso il Museo della Pesca di San Feliciano, Magione, la mostra fotografica “Da reporter a fotoreporter” collegata al giornalino “Diversamente facile”, realizzato dall’Associazione nazionale persone Down nell’ambito di un progetto che vede coinvolte, oltre al Trasimeno, anche le sezioni di Città di Castello, Foligno, e Perugia.

La mostra è il risultato di laboratori svolti nell’autunno scorso, dove i vari gruppi hanno lavorato sotto la guida del fotografo, che li ha condotti partendo dalla conoscenza degli strumenti, all’uso dell’immagine come racconto e linguaggio interiore, fino alla narrazione cronachistica del territorio attraverso le fotografie; marcando la differenza tra uso soggettivo ed uso oggettivo dell’immagine, e la possibilità di ricavarne una “grammatica” come possibilità espressiva.
Il lavoro fotografico ha fatto da supporto a quello di reporter consentendo ai ragazzi di ampliare il racconto dei luoghi visitati e il loro rapporto con i luoghi fotografati. Parte del materiale servirà da supporto ai testi che i ragazzi scrivono per il periodico realizzato in collaborazione con le associazioni Viaindustriae, Sibha, Coop. Ellelle.

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“Immobili” nasce dalle coordinate di uno smarrimento. Sono mappe caotiche, dei messaggi in bottiglia che cinque passanti spediscono per cercarsi. Siamo in periferia, in quei fazzoletti di terra tra i quali, timidamente, una città lascia spazio alla sua vicina . Armati di macchina e pellicola, i nostri cercano di penetrarvi, di disegnare i limiti dell’agglomerato, ma ben presto l’impresa cessa di essere un viaggio cartesiano: i palazzi si infittiscono, le finestre si ripetono, e le saracinesche, una volta abbassate, cessano di dare informazioni sulla vita.  “Immobili” è un dedalo di punti di riferimento inutili, perché non caratterizzanti. Pattern urbani usati come sassolini bianchi per ritrovare la strada di casa. E’ uno sguardo sulle grammatiche del cemento; un’ipotesi dal di dentro – e quindi completamente personalista e frammentaria – sulla psicogeografia dell’abitare. Abbraccia tutti i luoghi, oppure nessuno. Esattamente da lì i cinque fotografi si inviano cartoline in bianco e nero per indicare la propria s-posizione.

Cuartonigro Photolab è una stanzetta oscura in uno spazio comune, con delle persone che si chiudono dentro a luce rossa. Qualcuno accende la sigaretta, imposta una stampa in bianco e nero, sbaglia; poi prova di nuovo, e sbaglia meglio. Dai rottami russi al foro stenopeico, dai pennelli al caffè solubile, con guanti e spugna o le mani nell’acido, ogni gioco è buono.

il sito del festival, che si terrà a Perugia dal 15 al 24 novembre, CERP Rocca Paolina e Palazzo della Penna: http://www.perugiasocialphotofest.org/cuartonigro-photolab/

 

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installazione solargrafica per “Progetto Oskar”, lago Trasimeno, estate 2012

 

Un barattolo forato in maniera da diventare una camera obscura stenopeica, riempito con carta fotosensibile per poter registrare un immagine. Legato attorno a un tronco nelle vicinanze di Oskar, poco dopo la sua nascita.
Il barattolo è una macchina fotografica che registra in un’unica immagine tutta l’estate di Oskar. Una foto di tre mesi di esposizione, stratificata e di complessa lettura, che accompagna i pomodorini mentre crescono, vengono annaffiati, maturano. Sull’immagine rimangono solo le cose ferme, le persone scompaiono, il crescere delle piantine viene catturato come un movimento sfumato (in basso a destra).
Insieme ad Oskar matura anche la foto che, per una particolare reazione chimica all’esposizione prolungata alla luce, si sviluppa da sola sfruttando dei microelementi presenti nell’aria.

Al termine dell’installazione di Oskar, il barattolo viene aperto, rivelando la foto. Per un’altrettanta particolare alchimia, l’immagine, una volta riportata alla luce piena, ha solo pochi minuti di vita, per poi sparire annerendosi.

 

 

 

 

progettooskar1. Il barattolo legato ad un tronco, puntato verso Oskar;

 

 

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2. Il barattolo recuperato al termine dell’estate, e aperto;

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3. Scansione dell’immagine ottenuta, effettuata subito dopo l’apertura del barattolo, prima della scomparsa della stessa.

 

Oggi si inaugura al Museo della Pesca del Lago Trasimeno la retrospettiva di Progetto Oskar, intervento di arte relazionale lungo le sponde del lago di Fabrizio Segaricci. Un’idea a progressiva espansione territoriale avviata a partire dal 2012 che prevede la piantumazione di pomodorini Oskar in zone abbandonate e dismesse, nel tentativo di coinvolgere la popolazione e i passanti nella loro cura.
Nella mostra è raccontato anche “Maturato al sole“, l’ intervento solargrafico sul luogo dell’installazione, dove la crescita dei pomodori è stata fotografata in un’unica lunghissima immagine prodotta da una scatoletta pinhole che ha accompagnato l’estate delle piantine.

La collaborazione tra pomodori e scatole sarà in giro per l’Umbria nei prossimi mesi sotto forma di workshop per bambini (e bambini adulti) dove si pianteranno nuovi pomodori e si giocherà con la solargrafia. Verranno realizzate foto e attività espressive per “rimettere in gioco” la natura. I bambini saranno poi chiamati a prendersi cura comunitariamente della crescita delle piantine
Prima uscita il 22 maggio a Palazzo Lucarini (Trevi), nell’ambito dei laboratori didattici di Officinedellumbria.

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In occasione del primo pinhole day a Perugia è stato varato un progetto che al Cuartonigro Photolab teneva banco da un bel pò: la costruzione di una Afghan box camera per fare dei ritratti (quasi) istantanei in strada.
Nella strada che da Kabul porta diritta a Perugia abbiamo affrontato varie problematiche di costruzione e di stile, fino alla decisione di realizzare lo strumento con citazioni e reinterpretazioni che lo avvicinassero alla nostra cultura cristiana.
Innanzitutto l’uso di materiali poveri e riciclati: parte della struttura proviene da un mobile che fino a una settimana prima abitava nella mia cucina, viti, ferri e assi trovati quà e là, l’obbiettivo di una vecchia Polaroid Colorpack, il “vetro smerigliato” ottenuto rigando con carta vetrata la copertina di un cd, le vasche interne di semplici plastiche alimentari, e infine, il manicotto oscuro per mettere le mani dentro è una vera e propria manica di un bomberino di pelle.
La necessaria occidentalizzazione della scatola verso orbite più neoplatoniche e cattolicizzanti è il tocco finale. Dei lucidi trascendentali intervengono nella fase dell’inversione del fotonegativo, lasciando il segno dell’intervento celeste, nel finale di questo processo che ai passanti sembra un pò una magia (obbiettivo centrato in pieno, quindi!).

Pubblico quì qualche foto documentaria e qualche foto ottenuta durante la giornata, recuperate da varie macchine fotografiche e varie tasche. La macchina era fresca di costruzione e sulle prima ci ha dato del filo da torcere, poi l’assalto della gente ha fatto il resto.
Attualmente la Afghan Box Christian Pop camera è in fase di restauro, perfezionamento e colorazione. Prossimamente foto e un post dettagliato che illustrerà meglio il miracoloso dispositivo, ma soprattutto la prossima uscita pubblica, prevista per domenica 9 giugno a Perugia; inutile dire che vi aspettiamo!